Origini e dispersioni
L’antico Archivio della Regia Zecca, più diffusamente conosciuto come Cancelleria Angioina, era tradizionalmente articolato in tre serie distinte: i Registri, dove erano annotati tutti gli atti amministrativi e politici dei sovrani e dei loro vicari; i Fascicoli, che erano registri cartacei tenuti dai funzionari destinatari di mandati sovrani che ne annotavano l’esecuzione; le Arche, che a loro volta si dividevano in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina, dove erano conservati i documenti originali, pubblici e privati, che i funzionari periferici rispedivano a corte in appoggio alle loro contabilità. L’archivio era costituito in totale da circa cinquecentomila documenti nei quali era raccolta tutta l’attività amministrativa e politica del Regno di Sicilia dal 1265 al 1435. La serie principale era quella formata dai 378 Registri di cancelleria, ai quali vanno aggiunti altri 4 volumi di «Registri angioini nuovi» composti dai frammenti fatti rilegare da Bartolommeo Capasso, e si suddividevano in 379 in pergamena e 3 in carta; poi c’erano altri 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i Fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste); e infine, i 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche.
Sotto Carlo II d’Angiò il materiale documentario, fino a quel momento conservato in diversi luoghi del Regno, poco per volta giunse a Napoli e qui fu costituito un vero e proprio archivio ubicato nel 1292 in Castel dell’Ovo. Dopo aver cambiato diverse altre sedi, nel 1333 Roberto d’Angiò fece traslocare le carte in un palazzo acquistato nel 1332 dalla famiglia Di Somma, sito presso la chiesa di Sant’Agostino alla Zecca: poiché il palazzo dei Di Somma fu detto comunemente “della Zecca” poiché proprio in questo palazzo era stata istituita la Regia Zecca, l’archivio fu abitualmente definito come Archivio della Regia Zecca. La Cancelleria Angioina rimase in questo luogo fino al 1540, quando il viceré Pietro di Toledo riunì tutti i tribunali della città nel Castello di Capuana, raccogliendo nello stesso luogo gli archivi e tra essi anche quello della Regia Zecca: in quell’occasione, i registri furono riordinati e rilegati nelle unità archivistiche che furono versate tre secoli dopo nel Grande Archivio, oltre che descritti nel 1568 dall’archivario Agnello Cacciuottolo.
Già a partire dal XIV secolo l’Archivio cominciò a subire alcune pesanti perdite. Nel 1336 le infiltrazioni d’acqua da un tetto mal coperto distrussero una buona parte dei registri e dei documenti. Nel 1346 fu assalita e incendiata la casa di Carlo d’Artois, sospettato di aver preso parte all’assassinio di Andrea d’Ungheria, e nel rogo andò distrutta tutta la contabilità generale del Regno che era ivi conservata. Nel 1348 i soldati di Luigi d’Ungheria distrussero le scritture della Regia Camera custodite in Castelnuovo. Altre perdite vi furono durante le lotte con i Durazzeschi prima e gli Aragonesi poi. Parte dei registri di Carlo III, Ladislao e Giovanna II agli inizi del XV secolo furono trasportati in Sicilia ed in Aragona e da allora se ne è persa ogni traccia. In occasione delle ondate di peste degli anni 1526 e 1527, il deposito della Zecca fu devastato e molti registri e singoli fogli giacevano nella pubblica via. Al tempo della rivolta di Masaniello, grave e irreparabile danno avvenne durante il sacco dell’abitazione del Duca di Caivano al pallonetto di Santa Chiara, dove era custodito l’archivio della Cancelleria, che tradizionalmente i segretari del Regno tenevano in casa. Il 23 settembre 1701, il principe di Macchia assalì il Castello di Capuana e, liberati i carcerati, devastò i tribunali, ma, soprattutto, saccheggiò gli archivi per distruggere tutti i documenti attestanti diritti del regio fisco sulla feudalità regnicola: furono così lanciate le scritture ed i registri dalle finestre sulla piazza antistante al castello e dati alle fiamme; andarono persi in quella occasione 60 registri angioini e un numero non precisato di carte sciolte dell’Archivio della Regia Zecca.
Il re Ferdinando II, col rescritto del 25 aprile 1835, decise di dare una sede adeguata al Grande Archivio del Regno, individuata nel monastero dei Santi Severino e Sossio, che dopo dieci anni, nel 1845, fu aperto al pubblico degli studiosi. Qui furono raccolti tutti gli archivi che ormai il Castello di Capuana non poteva più contenere, e con essi l’Archivio della Regia Zecca. Le tre serie furono riordinate e il sovrintendente Angelo Granito di Belmonte dette un numero di corda progressivo ai Registri Angioini, facendovi apporre sui dorsi, in basso, un’etichetta bleu con una cifra impressa in oro; nel 1855 ne pubblicò un nuovo inventario. Bartolommeo Capasso, non appena nominato sovrintendente a partire dal novembre del 1882, avviò una schedatura sistematica dei registri, dalla quale fu redatto poi un inventario analitico di ogni registro con una breve descrizione dello stato di conservazione di ciascuna unità e integrazione di tutti i documenti acefali e monchi, indicando l’esatta collocazione dell’inizio ο della fine di ciascuno. Questo immenso lavoro fu dato alle stampe nel 1894 col titolo Inventario cronologico-sistematico dei registri angioini, che è la pietra miliare degli studi angioini: è proprio grazie a questo libro che è stata possibile la grande fioritura di studi sull’età angioina e possiamo noi oggi ricostruire in qualche misura i registri perduti della Cancelleria Angioina.
Ultimo aggiornamento: 08/06/2026
